Origine della vicinia della terra di s.pancrazio e vicende della sua chiesa
pubblicato il: 01/10/1965
da: Parrocchia s.pancrazio
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ORIGINE DELLA << VICINIA >> DELLA TERRA DI S. PANCRAZIO E VICENDE DELLA SUA CHIESA

Accanto agli altri meriti ampiamente documentati nella presente pubblicazione, devo mettere in risalto la cura che l’Arciprete Don Tonoletti ha per l’Archivio Parrocchiale. Ho avuto la possibilità di consultarlo in questi ultimi mesi e oltre ad aver trovato degli elementi importanti per la ricostruzione storica della vita della comunità << vicinale >> di San Pancrazio, su ogni documento importante ho letto con piacere delle note sintetiche sul suo contenuto, tutte stese a mano dall’Arciprete, ciò significa che questi atti d’Archivio sono stati da Lui letti e riassunti.

Oltre ai documenti dell’Archivio Parrocchiale, mi sono servito, per le notizie che seguono, di due manoscritti esistenti nella Racc. Maza-Brescianini, consistenti in due volumi manoscritti della seconda metà del sec. XVII: il primo di 78 fogli (incompleto), il secondo di 63 fogli (1ª parte) e 80 fogli (2ª parte). Essi raccolgono gli interrogatori dei testi chiamati a deporre in una lite sorta nel 1654 fra l’Arciprete di Palazzolo e quello di Adro, prima, e poi passata a quello di Erbusco (insieme con l’Ospedale Maggiore di Brescia) per il diritto sulla Chiesa di San Pancrazio e durata per oltre 50 anni, almeno per quanto riguarda i documenti suaccennati, ma che si concluse con un Istromento del 1866.

Dall’esame di molte carte, anche molto antiche (come il documento notarile del 17 dicembre 1291 dell’Archivio Parrocchiale di S. Pancrazio) si possono lumeggiare alcuni tra i più importanti eventi della terra di San Pancrazio, terra sempre contesa dai Comuni e Parrocchie confinanti, da quando Curia et territorium de Alino, distrutto e abbandonato, venne diviso nella Transazione del 1452 fra i Comuni di Adro e Erbusco.

La terra aveva allora come titolare San Pancrazio e nei documenti più antichi la chiesa era chiamata << di San Pancrazio de Alino >>.

Quando, per cause che solo si possono immaginare, ma delle quali si ignora finora la vera natura, il paese venne distrutto e abbandonato, rimasero cascine sparse che, addensandosi dopo alcuni secoli di nuovo intorno all’incrocio di vie chiamato << il Toresello >>, diedero origine a una nuova comunità che dal Santo titolare dell’antica chiesa prese il nome di San Pancrazio.

La chiesa di Alino dipendeva e conservava legami di sudditanza con la Pieve di Palazzolo e questa sudditanza si estrinsecava praticamente nell’obbligo annuale da parte della Chiesa di san Pancrazio del versamento di 2 libbre piccole di cera, di una lira planeta e 73 centesimi per l’affitto di un piccolo pezzo di terra adibito ad orto dal Sacerdote curato dalla Chiesa, e nel diritto dell’Arciprete di Palazzolo di celebrare nei giorni 12 maggio (S. Pancrazio) e 9 agosto (S. Fermo) di ogni anno, la Messa cantata e i vespri solenni. Tali legami erano già antichi e in un registro della << Mensa Vescovile >> sotto la data del 1379 tra le rendite della chiesa di Palazzolo figura << anche mezzo peso di cera per il possesso della Chiesa di San Pancrazio di Alino >>. Nella lite del 1654, come vedremo in seguito, tali diritti della Pieve di Palazzolo sulla Chiesa di San Pancrazio vennero a lungo insidiati dalla Chiesa di Erbusco, ma solo con Istrumento del 16 gennaio 1866 il Parroco di Palazzolo, don Giuseppe Bettinelli, cedette alla chiesa di San Pancrazio la completa indipendenza dietro il versamento di un tenue compenso.

Per poter seguire il lungo cammino compiuto dalla comunità di San Pancrazio dal punto di vista della vita religiosa, da quando nessun segno di vita cristiana c’era nella piccola frazione a quando essa assurse al grado di Curazia, quindi di Rettoria e infine di Parrocchia, ritengo opportuno riportare ampi brani degli interrogatori resi dai testimoni nella lite colla chiesa di Erbusco e aggiungere poi notizie più recenti.

Motivi e origine della lite : parti in causa.

Alla vigilia della festa di S. Pancrazio dell’anno 1654 è maturata questa lite (come depose il rev. Don Antonio Zola figlio di Matteo, curato coadiutore nella parrocchia di S. Agata in Brescia e già difensore dell’Arciprete di Adro) << per occasione di assistere ad un matrimonio pretendendo l’Arciprete di Palazzolo, che mons. di Adro (il parroco) non potesse fare funzioni parrocchiali in detta chiesa di S. Pancrazio, et esso di Adro pretendeva di poterlo fare come aveva fatto molti anni a questa parte >>.

All’inizio i due litiganti sono l’Arciprete di Palazzolo, allora Don Stefano Achiappati, e Mons. Filippino, Parroco di Adro.

Un altro teste, il rev. Don Giuseppe Retentio di Lovere, cappellano a San Pancrazio dal 1 gennaio 1652 alla fine del 1654, di anni 32, sullo stesso argomento riferì: << Io ho questa informatione, che la lite cominciò già da anni due (l’interrogatorio avvenne il 7 settembre 1655), per causa di un certo matrimonio di certi Vezoli, con mons. Rettore di Adro, al quale fu mandato un precetto da mons. Arciprete, che non dovesse ingerirsi in quella chiesa, se non riconosceva esso Arciprete, si come era stato riconosciuto anco d’altri, et questo precetto a caso capitò in mano del Vice Curato di Adro qual era stato mandato esso a far questo matrimonio, che così ghe lo diedi io in mano da parte di mons. Arciprete, questo fu il principio e poi è andata avanti la causa per altre mani >>.

Queste << altre mani >> sono il Parroco di Erbusco e l’Ospedale Maggiore di Brescia. Infatti a un certo punto mons. Filippino si ritira dalla lite, forse perché rimasto senza argomenti e si sostituisce a lui l’Ospedale di Brescia, che si ritiene padrone della chiesa in quanto essa sorge in territorio di Erbusco, che è possesso dello stesso Ospedale, tanto che questo Pio Luogo elegge in detta Arciprebenda di Erbusco un Vicario perpetuo e un curato, al quale corrisponde il convenuto salario.

La prima cappelletta e il luogo dove sorgeva

Dalla deposizione di Gio. Paolo Vezzoli, figlio di Bernardo, di anni 80 (di Adro) abitante in contrada di S. Pancrazio, forse il più vecchio della contrada, apprendiamo succintamente del modo dell’inizio della chiesa.

Egli depose << Io dico l’origine di questa chiesa perché sono forse il più vecchio di questa contrada. Vi era nel sito, dove adesso si ritruova la chiesa, un gran mucchio di rovinazzi di pietre et altre congerie, quale si dimandava il Toresello, come pur ancora si chiama adesso e ci erano rovine di fabbriche, atteso che anco nel cavare abbiamo trovate varie sorti di mattoni, e canali di terra, et altre cose. Questo sito era fatto di diverse strade che con incrociatura passavano ad ogni parte come puossi veder ancora di presente et in mezzo a queste strade vi restava la congerie suddetta e vi era una cappelletta, o Tribuina, nella quale vi era dipinto S. Pancrazio et altri Santi quali, perché non so leggere, non mi ricordo che Santi fossero >>.

Dalla deposizione di un altro teste, Bernardino Vezzoli, figlio di Camillo di S. Pancrazio, d’anni 58, sappiamo che nella cappelletta erano dipinti i SS. Nereo, Achilleo e Pancrazio, e il S. Nicola da Tolentino, la B. Vergine, con i loro nomi sotto i quali vi erano queste lettere: Pietro de Bagolino, Laurentio de Corsini, Picino della Costa et Franceschino Vezolo, fecit anno 1511 et sopra le figure dei Santi vi era una figura del Dio Padre con i quattro Evangelisti e sotto vi era questo numero 1540.

Continua il Gio. Paolo Vezzoli : << In quel tempo, che non mi ricordo quanti anni siano, ma ero putto fatto (1608-1609 a mio parere), questo Zilio (Ziliano Vezzoli massaro dell’Arciprete di Palazzolo che aveva le terre dell’Arciprebenda vicine alla suddetta chiesetta) cominciò a chiamare i vecchi della contrada, tra i quali vi era anco mio padre, con rappresentarli la nostra infelicità perché avevamo li nostri beni in quella contrada e ci conveniva vivere quasi da bestie atteso che per essere lontani dalla nostre Parrocchie più di due miglia non potevamo mai ascoltare Messa nei giorni feriali e le feste sempre conveniva che molti delle famiglie perdessero Messa e i divini offici, onde cominciò ad esortare tutti che volessero concorrere a qualche elemosina per fabbricare una chiesa in qualche modo et mantenere un cappellano per comodità spirituale e così tutti obbedirono alla volontà di quest’uomo e cominciarono a concorrere tutti con quella elemosina che gli permetteva il loro povero stato e chi non aveva da far elemosina concorreva a lavorare e a far delle vetture (dei viaggi), intanto che si cominciò a slongare questa cappelletta, la quale già era fatta con i suoi fianchi laterali e si fece una piccola chiesa e si cominciò a condurre un cappellano a spese di tutti i vicini alle quali concorrevano tutti conforme gli dettava la loro volontà, e questo Zilio fu il primo ad operare, perché lui medesimo sapeva lavorare un puoco di marengone, e si è seguitato sempre così fin tanto che è ridotta alla forma che si ritrova con il campanile >>.

Riguardo al luogo abbiamo altri particolari.

Un teste interrogato su questo argomento rispose : << Sopra questo fondo nessuno aveva pretensione alcuna perché era luogo negro dove si giuocava alla balla e si dimandava il Toresello >> e un secondo : << in quella cappelletta vi andavano i fanciulli a giocare a quadrello e far altre cose mondane e questo luogo si dimenava il Toresello. A questa triduina, dicono questi miei zii, che le feste vi conveniva un tal Gio. Antonio Lanzino uomo timorato di Dio che veniva ad insegnar ai fanciulli di questa contrada il Pater Noster e qualche devotione >>.

Sulla origine della chiesa aveva deposto anche il rev. Don Ventura Acchiapati di Pisogne, d’anni 79, che era stato Arciprete di Palazzolo dal 1607 al 1652, cioè per 45 anni, ed aveva rinunciato in favore del nipote Don Stefano Acchiapati. Egli era ancora Vicario foraneo e cappellano stipendiato della Scuola del SS. Rosario a Palazzolo.

Interrogato il 4 settembre nella casa canonica di Palazzolo rispose: << Io dico che l’origine della fabbrica della chiesa suddetta et anco della casa. Nel principio ch’io entrai Arciprete, che devono essere anni 48 circa, il primo anno essendo andato a fare la fontione per la festa di S. Pancratio scopersi che il popolo di quella Vicinia era tutto idiota nelle cose di Dio et dell’anima e ciò proveniva per essere lontano da ogni cura miglia tre in circa (cioè dalle parrocchie di Adro e Erbusco) et di strade cative onde non potevano essere instrutti da religiosi. Io trovai un messer Zilio et un Francesco Vezoli, et altri vecchi di quella Vicinia et li persuasi di agrandire quella chiesuola et che io havrei dato il sito per agrandire la chiesa, et anco fabricare una casa per il prete, atteso che quel sito vicino alla chiesetta era un carobio del quale non ne cavavo niente et mi offersi anco di aiutarli con le mie deboli forze, acciò ne seguisse questo bene di condurre un cappellano che celebrasse la Messa et havesse anco d’istruirli nella Dottrina Cristiana et questi huomini si unirono insieme et ne fecero consilio et accettarono il partito da me propostoli, si del sito della chiesa, come della casa, sapendo essi che io facevo questo per il zelo, che havevo della salute di quelle anime, benché a me non sottoposte e così cominciarono con l’elemosine raccolte fra loro ad ampliare la chiesa >>.

Costruzione della Chiesa, casa del cappellano, coro, campanile e relative campane.

La chiesetta venne edificata cominciando dai muri laterali e conservando come coro la vecchia cappelletta con le sue iscrizioni che, come conferma un interrogato, << vi erano ancora quando fu ampliato il coro, che fu nell’anno 1644 >>.

Furono chiamati due marengoni : uno del Cividino detto mastro Tegnale (o Zenale) e l’altro di Palazzolo detto mastro Gio. Maria che dirigevano la costruzione. Tutti i Vicini della contrada collaborarono sia colle elemosine, sia lavorando di persona o col fare dei viaggi con i loro carri e cavalli.

Dai vari interrogatori appare una diversità di pareri sulla successione delle varie costruzioni. Infatti da alcuni si afferma che prima venne costruita la chiesa e dopo la casa del cappellano, da altri il contrario.

E’ certo che nella cappelletta si cominciò a celebrare Messa tutti i giorni dell’anno 1614 << e me ne ricordo, dice Giovanni Vezoli, figlio di Michele di S. Pancrazio, d’anni 58, perché allora fu condotto da questa Vicinia il primo cappellano che fu Don Bortolo Signorone di Adro >>. Lo stesso aveva già deposto : << Li primi c’hanno proposto d’aggrandire la chiesa furono Franceschino e Marco Vezoli (figli del Zilio) e Gio. Giacomo et Horatio Lanzini et altri ch’erano vecchi in quel tempo e fu circa l’anno 1620, quando cominciarono ad aggrandire la chiesa vi era anco un Francesco Vezolo, qual mi ricordo che donò 150 pesi di calcina in circa come egli mi disse e fu a contemplatione della Vicinia, per aver comodità della Messa >>.

Si chiamò per prima cosa il cappellano, che non avendo ancora una sua abitazione, venne alloggiato dai Vezoli, figli del Zilio, e massari dell’Arciprete di Palazzolo, nella loro casa. Dal 1612 all 1616 fu fabbricata la casa del cappellano al dire di un Bernardino figlio di Camillo Vezoli, che depose : << Dell’anno 1612 io venni a casa nostra, che è vicina a S. Pancrazio, perché in quel tempo io ero stato in Cremona con mio Padre che era bandito, che era puoca cappelletta el la casa del cappellano era principiata nei fondamenti alti un brazzo e nella cappelletta si diceva Messa >> (probabilmente però saltuariamente). Infatti nella cappelletta si celebrava ogni anno nella festa del Santo, il 12 maggio, e il sacerdote che vi andava da Palazzolo, mandato dall’Arciprete, sia Don Acchiapati che dal suo antecessore Don Giuseppe Duranti, << vi adoperava i suoi propri paramenti portati da un cavallo mandato da quella Vicinia perché quell’altare era sprovvisto di ogni cosa >> (deposizione dell’Arciprete di Palazzolo).

Col tempo anche il coro, formato dalla vecchia cappelletta, divenne insufficiente e sembrava un forno, cosicchè nel 1644 si allargò il coro e per fare ciò, poiché la chiesa confinava con la strada pubblica , fu necessario trasportare la strada nel campo adiacente che era di propietà dell’Arciprebenda di Palazzolo.

Marco Antonio Vezoli, figlio di Marco, di anni 45, da S. Pancrazio depose a questo proposito : << per fabricare e slargare il coro di detta chiesa fu necessario occupare la strada comune in parte e per non stringere la strada si dimandò licenza a Mons. Arciprete, cioè Don Ventura, di dilattare la strada sopra il campo di Mons. Arciprete e gli domandai licenza io medesimo insieme con messer Giacomo Vezolo che allora eravamo Deputati, di dilattarla, e lui la concesse volentieri. Anzi non mi voleva dar licenza dicendo “ a gettar a basso si fa presto, ma a tornar a edificare non so dove piglierete i denari “ et io gli dissi “ mentre mi concediate licenza io vi do la parola che lo fabbricaremo” >>.

Sopra questo coro vennero poi iscritti i nomi delle famiglie Vezzoli e Lanzini.

Fatto il coro gli instancabili Vicini della contrada pensarono anche al campanile ed alle relative campane.

Per quanto riguarda il campanile lo stesso Marco Antonio Vezoli depose : << Il sig. Arciprete non poteva rimediare ad una fessura della sua casa, se non si metteva in spesa di fabbrica, perché vi era fessura sul cantone di essa, quel cantone è contrapposto ad una cantonata della chiesa mediante il vicolo suddetto e perché la Vicinia haveva pensiero di fabbricare il campanile dall’altra parte della chiesa, venne a me pensiero di parlare a Mons. Arciprete come feci, a dirgli sarebbe stato bene si fosse fabbricato il campanile verso casa sua appoggiandone una parte di esso sopra la muraglia della detta casa c’haveva quella fessura; et così si haverebbe risparmiata qualche spesa per il campanile et si haverebbe fortificata anche la casa con una medesima spesa, e tanto notificai a Mons. Arciprete perché ero suo Massaro et esso rispose “ se veniranno farò quello che vorranno essi “ >>.

Lo stesso Arciprete depose : << quanto al campanile fu principiato quando io ero Arciprete et fu fondato parte di esso sul fondo quale è della chiesa et poi si è ridotto alla perfettione dopo che io ho rinunciato il beneficio (1652) et nell’alzare questo campanile è stato necessario fondarne un cantone sopra la casa del Massaro pure dell’Arciprebenda et il principio fu fatto di mio consenso, essendo il tutto stato trattato con me, et a fornirlo poi è continuato il consenso di mio nepote succeduto nel beneficio >>.

Prima dell’anno 1655 vennero collocate anche le campane << che non si sono ancora pagate >> secondo la deposizione di un teste.

La nomina del Cappellano

I capifamiglia della Vicinia si erano impegnati a versare quello che potevano per il mantenimento del cappellano il quale aveva l’impegno della Messa quotidiana, della celebrazione degli altri divini uffici, di portare il viatico ai malati, di amministrare gli altri sacramenti.

Per la scelta del cappellano i Deputati della Vicinia, riunivano un numeroso gruppo di capifamiglia; poi si incaricava qualcuno di essi di cercare il sacerdote più adatto e disposto a venire alla chiesa e di concordare un compenso annuo. Il sacerdote che veniva in contatto con gli incaricati, si recava sul posto e addiveniva ad un accordo; però prima di entrare in servizio si presentava all’Arciprete di Palazzolo << per pigliare il suo consenso >>. I cappellani venivano anche invitati alle congreghe della Vicaria di Palazzolo e inoltre portavano il cero pasquale il sabato santo alla chiesa di Palazzolo per la solenne benedizione.

Questo cero veniva fatto fabbricare in una spezieria locale ed era acquistato con le offerte che erano raccolte nei giorni delle feste di S. Fermo e di S. Pancrazio. Inoltre partecipavano, sempre a Palazzolo, alle funzioni della settimana santa. Solo dopo la nascita della lite con Erbusco tutto ciò venne in parte modificato a vantaggio di quella Parrocchia.

Il primo cappellano fu Don Bortolo Signorone, detto il Cardinale, di Adro. Quando venne alla chiesa nel 1614 non c’era ancora la casa del prete e fu ospitato in casa di Zilio Vezzoli, cioè nella casa della Prebanda di Palazzolo. Egli cominciò per primo a celebrare la Messa tutti i giorni nella piccola cappella.

Seguirono poi un Don Matteo Baleonus (Baioni) di Adro nel 1626, un Don Giovanni Lanzino, prima della peste (1629?), un Don Lodovico Cenato, morto di peste a San Pancrazio e cugino del precedente Don Matteo, un Don Paolo Monte (siciliano) nel 1641, un Don Giulio Scaramuzzetto, figlio di Pietro, di Palazzolo nel 1642 e poi dal 1645 al 1650 che celebrò la sua prima S. Messa proprio nella chiesetta di San Pancrazio. Nel 1634 divenne cappellano Don Paolo Foresto di Palazzolo, quindi un frate che poi abbandonò l’abito monacale, e quindi Don Giuseppe Retentio da Lovere dal gennaio 1652 al 1654. egli introdusse l’uso di dire quattro Messe da morto, una per ogni stagione dell’anno. Nel 1655 in piena lite era cappellano un Don Alberto che rimase a San Pancrazio fino al 1664. Seguì quindi un Don Giovanni Piccino Recaldino, da Cimbergo dal 1665 al 1668 circa; Don Lorenzo Piantoni di Cologne invece cappellano dall’agosto 1668 al settembre 1669. Altri ne seguirono dei quali non ho potuto raccogliere altre notizie più dettagliate.

Regali dell’Arciprete di Palazzolo alla chiesa.

Anche dopo che la chiesa fu ingrandita con le elemosine e le prestazioni dei vicini della contrada, l’Arciprete di Palazzolo andava spesso a San Pancrazio poiché aveva le sue possessioni che confinavano con tale Chiesa. << Una volta, così depose ancora il Bernardino Vezoli, con occasione che il suddetto Don Ventura Acchiapati venne alla sua possessione che è contigua alla chiesa e sopra la quale era massaro il detto Franceschino Vezolo (figlio del Zilio), quell’uomo essendo io ancora presente disse queste parole : Sig. Arciprete, non vuole mò anco far elemosina a questa chiesa? Et esso rispose: Che cosa volete che io faccia? Egli soggiunse facesse bene a far fare una porta di pietra et esso disse : fatela fare ch’io la pagharò e tanto fu fatto. Quando le pietre di questa porta furono condotte venne anco il tagliapietre, che era di Capriolo a metterle in opera. Vi si ritrovò anco il suddetto Arciprete che di già era messa la porta e disse : Vorrei almeno si sapesse chi ha fatto la spesa di questa porta e che vi si mettesse il mio nome. Al quale rispose il tagliapietre : Io non so leggere e disse : Disegnate voi le lettere ch’io poi le intaglierò. Et il sig. Arciprete disse : Darò ordine qui a Bernardino, qual ero io ivi presente e così esso in un bolettino mi diede queste parole: “ Ventura Achiapatus Archip. Palatioli “ e andò via et io disegnai col carbone le medesime parole su l’architrave della porta ed il tagliapietre le scolpì dentro >>.

L’Arciprete regalò inoltre un calice, dei paramenti, un camice di lino, una pianeta di damaschetto di vari colori, un messale nel quale però erano scritti i suoi diritti su quella chiesa.

La lunga vertenza ebbe anche aspetti paradossali, come la celebrazione, nel giorno di San Pancrazio, di una Messa cantata da parte dell’Arciprete di Erbusco e di un’altra semplice dall’Arciprete di Palazzolo, e così di due vespri al pomeriggio. Il Parroco di Erbusco venne anche accompagnato da gente armata d’archibugio, uomini del signor Cesare Martinengo, molto amico dell’Arciprete di Erbusco.

Dalla lettura degli interrogatori stesi nel manoscritto incompleto si intuisce anche che la morte dell’Arciprete Don Stefano Acchiapati, nipote del Ventura, avvenuta nel 1657, ebbe riflesso su tutta la vicenda, fino a sembrare in qualche modo legata ad essa. Infatti il sacerdote fu ritrovato annegato nella seriola detta << Fusa >> poco distante da Palazzolo e parecchi testi furono interrogati se sapevano chi fosse stato << l’interfettore >> dell’Acchiapati, permettendoci di pensare che dovevano essere voci molto diffuse su quella morte per mano di persone coinvolte nella lunga vertenza.

Si ha inoltre notizia della traslazione della reliquia di Santa Candida, avvenuta nel 1680, da parte dell’Arciprete di Erbusco, rev. Guadagni, che la tolse dalla chiesa di San Lorenzo e con solenne processione la portò nella chiesa di San Pancrazio.

La lite non si sa bene quando ebbe termine; sicuramente nei primi anni del secolo XVII. Si concluse con la riaffermazione dei diritti della Pieve di Palazzolo e quindi del suo Parroco sulla detta chiesa, che tuttavia territorialmente sorgeva sulla terra di Erbusco.

La nuova chiesa e la nascita della Parrocchia.

La ormai angusta chiesetta, dove si era concentrata per più di un secolo ogni manifestazione di fede cristiana della contrada, dovette essere ampliata. Ciò avvenne, sempre a spese della Vicinia, verso il 1750, come è confermato anche dallo stile della costruzione chiaramente coeva con altre chiese di Palazzolo, sorte nella stessa epoca.

Lo sforzo di quei volenterosi e buoni terrazzani che nei primi anni del 1600 diedero vita a un’autonoma comunità cristiana si concluse in questi ultimi cento anni con la istituzione della curazia coadiutoriale avvenuta il 16 marzo 1856, Domenica delle Palme (vedi Registro dei morti), giorno nel quale si fece la solenne benedizione del Cimitero da parte del Parroco di Erbusco, divenuta poi Rettoria il 2 luglio 1923 con Rettore quel Don Leopoldo Camplani che tanto doveva adoperarsi per ottenere il titolo parrocchiale alla chiesa, titolo che venne concesso con decreto del 30 giugno 1934.

Riunito il territorio della contrada ed aggregata la frazione al Comune di Palazzolo, rimane ora ancora un’anomalia: la dipendenza della Parrocchia di San Pancrazio dalla Vicaria di Capriolo.

Qualora questa anacronistica dipendenza venisse tolta, non si farebbe che reintegrare, dopo sette secoli, l’antico legame fra la Pieve di Palazzolo e la Chiesa di San Pancrazio di Alino, essendo Palazzolo centro di Vicaria. Ai vincoli civili si aggiungerebbero quelli religiosi, a favorire una più intensa e feconda comprensione per il bene di ognuno e di tutti, sotto il Patrocinio dei Santi Pancrazio e Fedele, Martiri e Patroni delle nostre contrade.

Parrocchia di S.Pancrazio, 1 ottobre 1965